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Bastia Umbra
6 Febbraio 2023
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Politica

Claudia Maria Travicelli su Maria Rita Lorenzetti.

Maria Rita Lorenzetti è una persona perbene. Lo è sempre stata, l’ultima decisione dei giudici lo ha confermato. Eppure ci sono voluti quasi dieci anni per scagionarla completamente da ogni accusa che l’ha vista coinvolta quando era al vertice di Italferr.

Personalmente non ho avuto mai un dubbio sulla sua onestà, sui suoi comportamenti sempre ispirati all’affermazione dell’interesse generale, ma sono ancora vivi nella mente e negli occhi quei momenti quando il suo nome e il suo volto furono sbattuti in prima pagina, in apertura dei telegiornali e dei giornali web.
Una vergogna, perfino l’onta degli arresti domiciliari.
Maria Rita Lorenzetti aveva e ha un curriculum politico di tutto rispetto: sindaco, parlamentare del Pci e del Pds, presidente della Regione per due legislature, quindi presidente di Italferr. Ma soprattutto è stata ed è una persona onesta, rigorosa, competente, lavoratrice, esperta, che non si è arricchita con la politica ma l’ha servita con passione e generosità.
Eppure è finita, anche lei, nel tritacarne giudiziario. Come altri politici, di questo o quel partito. Durante l’inchiesta non ha mai parlato, e questo chi la conosce sa bene quanto le sia costato, per rispetto della magistratura. Ha promesso che lo farà dopo aver letto le motivazioni dell’ultimo proscioglimento.
Io invece voglio farlo adesso, dopo averci pensato, e dopo aver gioito per lei per il riconoscimento della sua estraneità alle infamanti accuse.
E voglio farlo con qualche riflessione sul sistema giudiziario nel nostro Paese. Che giustizia è quella che arriva dopo un decennio dall’apertura di un’inchiesta? Che giustizia è quella che permette la costruzione di un impianto accusatorio che si sbriciola come un castello di sabbia? Che giustizia è quella che demolisce la reputazione e la dignità di persone perbene?
Questa non è giustizia.
Nessuno mette in dubbio l’autonomia della magistratura ma gli abusi, come in tutti i settori, non devono essere permessi a nessuno. Eppure i magistrati rientrano in una categoria che non paga mai per gli errori fatti. Il caso Tortora docet.
E allora mi chiedo in che paese viviamo se non è possibile garantire tempi congrui e ragionevoli di un percorso giudiziario, se chi finisce in un’inchiesta si ritrova inghiottito in una spirale di sofferenza e umiliazione e avrà la sua prima sentenza solo dopo anni e anni di udienze, di parcelle di avvocati, di stress psicologico.
C’è qualcosa che non funziona in questo quadro in cui la presunzione di innocenza va a farsi benedire, in cui certi pubblici ministeri fanno il bello e il cattivo tempo, in cui le persone perbene vengono messe alla gogna e poi assolte senza neppure le scuse.
L’analisi non è completa se non si tira in ballo la politica, il potere legislativo, che non ha mai avuto il coraggio di riformare una giustizia malata e dannosa.  In particolare quei partiti che a intermittenza sono stati così miopi da inneggiare al giustizialismo, da mostrare i cappi in parlamento. Ieri come oggi.
Dopo questa disamina, concludo ribadendo la mia immensa gioia per una sentenza che ha proclamato l’innocenza di una Grande Donna che ha segnato la storia di questa terra.

Claudia Maria Travicelli

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