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9 Aprile 2020
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BYTEWOOD - Tecnologia Circolare

5G: di cosa parliamo e cosa cambierà?

Molte sono le preoccupazioni sorte intorno alla prossima generazione di standard di connessione, ma come ogni innovazione che la storia ricordi, il tempo è l’ingrediente chiave per la corretta assimilazione delle “novità del momento“. Ad oggi, si è dato largo spazio ai timori prodotti dall’introduzione della nuova rete 5G, senza concentrarsi troppo sul funzionamento di questo nuovo standard.

Iniziamo subito dalle definizioni, la ‘G‘ che segue il numero 5, sta per “Generation“, parliamo perciò della 5° generazione di standard di connessione che andrà a sostituire la 4G LTE (Long Term Evolution).
La principale differenza, rispetto alla generazione precedente, riguarda le frequenze di trasmissione che diventeranno molto, molto più alte, generando quindi una velocità di spostamento delle informazioni almeno 10 volte più rapida rispetto a prima. Di conseguenza, anche gli impianti radio saranno totalmente diversi, per favorire la diffusione totale di quella che sarà, sì una rete fisica molto più distribuita, ma anche una rete virtuale talmente estesa e veloce, da poter permettere lo svolgimento di azioni in tempo reale che prima d’ora erano impensabili.

I campi di applicazione dunque sono veramente estesi e toccano la maggior parte degli ambiti in cui viviamo la nostra quotidianità, come il lavoro, lo svago, la sicurezza, la medicina, fino a poter parlare proprio delle “Smart Cities”. Sì, le “città intelligenti” non sono più una lontana visione, ma una vicina realtà in cui centinaia di migliaia di oggetti che prima erano inerti ed isolati, presto saranno connessi tra loro e svilupperanno funzionalità mai viste prima, che apriranno la strada a delle importantissime semplificazioni delle nostre abitudini e senza dubbio anche ad una varietà di nuovi ambiti lavorativi fino ad ora inesplorati.

Quella che però sembra una rivoluzione imminente, in realtà è più distante di quanto siamo indotti ad immaginare grazie alle notizie che circolano incessantemente sull’argomento. Si è parlato così tanto del 5G che da certi punti di vista sembra dovremo abituarci ad usarlo proprio domani. Questo purtroppo non corrisponde alla realtà dei fatti che al contrario denota ancora uno stadio sperimentale della tecnologia che per essere effettivamente diffusa ha bisogno ancora di tanto lavoro. Quanto meno in Italia. Sì perché basta solo pensare al fatto che gran parte delle linee assegnate dai decreti europei allo sviluppo della connettività 5G , risultano già in parte occupate per altre trasmissioni (come quelle radiofoniche) e le operazioni di migrazione non sono certamente una passeggiata.

Oltre alle questioni tecniche nostrane, se allarghiamo la lente e portiamo la considerazione a livello europeo, giusto per evitare la scala mondiale (vedi questione USA-Cina), anche l’ambito politico è stato teatro di aspri dibattiti e rinvii di decisioni molto importanti come quella recente di escludere produttori come Huawei dalla partecipazione allo sviluppo europeo del nuovo standard di connessione. Sì perché, nel caso in cui non fosse troppo chiaro, Huawei non produce solo telefoni, anzi, da prima di produrre Smartphone il colosso cinese è stato da sempre specializzato nell’ambito degli apparati di telecomunicazione in senso più ampio, ed in particolare di antenne.

L’attuale problema d’interesse politico tocca in modo importante l’ambito della sicurezza e della privacy, sì dei cittadini, ma in primis degli Stati. Questo ha fatto sì che Huawei, in seguito agli scandali di cui è stata epicentro, venisse considerata anche dalla Comunità Europea come “azienda ad alto rischio” in riferimento alla sicurezza interna degli Stati confederati e dell’Unione.
Sappiamo bene quanto oggi siano di valore i dati e le informazioni, non è necessario aggiungere altro.
Grandi multinazionali come Vodafone, invece, sono da sempre molto attive in termini di ricerca e sviluppo ed in stretta collaborazione con gli Stati ospitanti che con l’appoggio della comunità scientifica stanno dando largo spazio alla sperimentazione attiva e continua, con l’obiettivo di rendere il nuovo standard di
connessione fruibile quanto prima.

Insomma, molti sono gli ambiti che la quinta generazione di standard di comunicazione sta movimentando direttamente o indirettamente.
La questione tecnica è fisiologica, quella politico-economica è strettamente consequenziale, ma quella medica è curiosa. Curiosa perché parliamo di una delle primissime reazioni che l’opinione pubblica ha avuto sull’argomento, guidata da certi tipi di media e dalla sempre più reperibile informazione ”rapida”. Come naturale che sia, il nuovo genera incertezza.
Incertezza che con il circolare, sempre più rapido, delle informazioni può diventare timore. Timore che con la diffusione ormai universale dell’informazione digitale dalle più svariate fonti, ahimé, può diventare vera paura. Paura di cosa? Paura di ammalarsi, paura di diventare cavie senza autorizzazione, paura di essere controllati.

Questi sono i principali timori che hanno iniziato a diffondersi ancor prima che si potesse comprendere la reale fattibilità della nuova tecnologia. È un fenomeno che si è verificato più volte in passato, anche con le due ultime generazioni. Ma con un’intensità decisamente diversa. Un’intensità naturalmente governata dalla
crescente semplicità di accesso a qualsiasi tipo d’informazione senza bisogno di doverne verificare le fonti. O meglio, senza l’istinto di doverle verificare, prendendo automaticamente tutto per buono quando proviene dal web. Sì perché in pochissimo tempo le nostre fonti di approvvigionamento delle informazioni sono mutate e pochi se ne sono accorti per quanto lo “Switch” è stato rapido, impercettibile e strettamente
legato alle nostre nuove abitudini digitali.
Ma questa è tutta un’altra storia…

Tornando al fulcro della questione 5G e Salute, c’è davvero da preoccuparsi?
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, e nello specifico per noi secondo l’Istituto Superiore di Sanità, la risposta è no. Ma un “no” che tuttavia va approfondito, un semplice “no” non dovrebbe essere sufficiente ad allietare gli animi e voltare pagina, soprattutto se si continua a leggere il resto delle pubblicazioni relative alle ricerche degli ultimi 5 anni.
Ebbene, la risposta è no, perché al momento i dati, emersi dalle più recenti ricerche e da quelle tutt’ora in corso sulla correlazione tra l’uso degli Smartphone e più in generale tra l’esposizione alle radiazioni emesse dai nostri apparecchi digitali e l’insorgere di patologie oncologiche, non danno evidenza di una stretta correlazione tra l’uso comune di queste apparecchiature e l’aumento del numero di malati.
Il tutto ruota intorno a quello che viene definito “uso normale” o “uso comune”. Chiaro è che in situazioni di “uso estremo” lo scenario può cambiare.

Ma come in ogni altro ambito, l’abuso non porta mai conseguenze positive.
Dunque, ad oggi, le uniche indicazioni certe che riguardano l’esposizione ai campi magnetici emessi dai nostri smartphone, secondo l’OMS, si riducono a “limitare più possibile il contatto diretto con i nostri apparecchi durante la trasmissione”, siccome è comunque provato che un uso prolungato causa un surriscaldamento dei tessuti che però ad oggi rimane nei limiti rientranti nelle norme in vigore applicate alla
produzione, già modulate negli ultimi anni per ottenere un contenimento mirato delle radiazioni.
Basti pensare che una chiamata su standard di connessione 2G ci esponeva ad una quantità di radiazioni 100-150 volte superiore (*World Cancer Report 2020) alla media di una trasmissione in rete 3G.
Purtroppo oggi non sono disponibili dati sufficienti a chiarire i livelli di esposizione in rete 4G e tanto meno per la 5G.
Tuttavia, le uniche specifiche in circolazione (riguardo il 5G) fanno riferimento ad un tipo di microonde di un’intensità non sufficiente a penetrare i tessuti tanto in profondità da poter causare problematiche per la salute.

In conclusione, nulla è ancora stato né smentito, né confermato, ma semplicemente approfondito, al fine di sensibilizzare gli utenti verso un uso prudente delle strumentazioni che sono ormai indispensabili nella vita di tutti i giorni. Ma solo il tempo, seppur poco, potrà dirci con cosa avremo realmente a che fare.
Soprattutto se consideriamo che ormai l’80% dei campi elettromagnetici a cui siamo esposti derivano da dispositivi mobili secondo una ricerca Svizzera che ha, tra l’altro, deciso recentemente di sospendere la sperimentazione sul 5G.
Ciò che conta però è (come per molti altri ambiti) affrontare questo tipo di questioni, che naturalmente vengono dibattute in lungo e largo, con la giusta considerazione che dovrebbe portare quindi ad approfondire ogni tipo di informazione che troviamo sul web o sentiamo in TV, prima di sprofondare nell’allarmismo ingiustificato o al contrario nell’eccessiva superficialità.

Fonti:
World Cancer Report (bit.ly/wcr2020): Sez. 2.5, fino a pag. 89
Rapporti ISTISAN (bit.ly/istisan1911): Radiazioni a radiofrequenze e tumori

A cura di:
Andrea Felicella
Founder & CMO Bytewood s.n.c.

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