18.1 C
Bastia Umbra
17 Giugno 2024
Terrenostre 4.0 giornale on-line Assisi, Bastia Umbra, Bettona, Cannara
Assisi Cultura

Via SAN FRANCESCO, c’erano una volta le scuole (anni ‘50 – ’60)

Via San Francesco, denominata fin dal medioevo via Superba – ben oltre le sue tracce artistiche e monumentali -, questa volta viene sommariamente citata come attivo e vivace polo scolastico entro i limiti di una cronistoria che riguarda gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso (personalmente vissuti).
All’antico ruolo di assistenza ai pellegrini si sostituiva una vocazione basata sulla crescita culturale delle nuove generazioni.

A cura di Francesco Frascarelli

San Francesco Assisi
Via San Francesco, Assisi (anni ’50 e 2020 a confronto)

Sono trascorsi molti anni da quando gli studenti scendevano dai pullman allo slargo di S. Pietro e, alla parte opposta della città, a Piazza S.Chiara, con una allegria contagiosa, diretti verso via S.Francesco dove si concentravano gli istituti scolastici. Durante il tragitto ora si sparpagliavano, ora si raccoglievano come in un ventaglio, sostando, alcuni, nei bar dotati di jukebox per ascoltare, quale “aperitivo”, gli ultimi successi di cantanti italiani e stranieri.
Suddivisi in ordinate squadre sfilavano invece da via S.Rufino, a passo di marcia, i convittori in divisa da parata con cappello a visiera. Un accurato ordine era rispettato dalle collegiali dell’Istituto S.Giuseppe in abito blu e dalle collegiali dell’Istituto S. Andrea in abito marrone.

Via S.Francesco si trasformava in un torrente multicolore che rispettava nell’abbigliamento lo svolgersi piuttosto regolare delle stagioni. I professori si lasciavano travolgere dalla animazione, inclini al dialogo esterno ma non cedevoli a confidenze. Con naturalezza o con tacita riottosità si entrava nelle rispettive sedi precedendo il suono della campanella.

Palazzo Bernabei, all’inizio di via S.Francesco, ospitava la scuola media. Il pianterreno della citata struttura era occupato da “maschi e femmine” con netta separazione all’interno dell’atrio: una distinzione di sesso mantenuta in classe persino negli istituti superiori. Due stanze erano destinate al quarto e quinto ginnasio.
Le palestre femminili per le medie e per gli altri istituti, erano relegate nei seminterrati. Mentre giovanetti e giovani esercitavano attività ginnica nel piazzale sottostante Porta Nuova. Al piano superiore del palazzo in questione un pianoforte veniva utilizzato nelle ore pomeridiane dall’illustre fondatore e Maestro del coro “Cantori di Assisi”, padre Evangelista Nicolini, incaricato di preparare il saggio di fine anno che si teneva presso il teatro della Pro-Civitate Christiana con un repertorio classico e popolare.

Distava solo un centinaio di metri Palazzo Vallemani, sede dell’Istituto Magistrale con ingresso davanti all’ospedale della Misericordia e contemporaneamente sede dell’istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “Ruggero Bonghi”, fornito di un ingresso in via S.Francesco, di fronte all’Oratorio dei Pellegrini, e di un altro fruibile da piazzetta Armanni in via Metastasio. Uno stabile nobilitato anche dalla presenza dell’Accademia Properziana del Subasio e valorizzato dalla Biblioteca comunale.
Palazzo Bartocci, prospiciente quasi al portico del Monte Frumentario e alla fonte Oliviera, accoglieva con un decoro di affreschi il Liceo Classico, traslocato per motivi di restauro e di ripristino in un pregevole edificio collegato alla stessa fonte Oliviera. Si consolidava in questi anni l’amicizia con Vittorio Trancanelli, studente di talento, confidenziale nella sua modestia, destinato a una brillante carriera medica, generoso e solidale, considerato “venerabile” dalla Chiesa. Al tempo i veterani organizzavano scherzi senza eccedere nell’odierno bullismo, anche per la moderazione suggerita dai bidelli. Comunque fioccavano rapporti e sospensioni.

Una quiete “anomala” veniva osservata durante gli esami affrontati con inquietudine anche dai “migliori” come avveniva per i compiti in classe. Una “sbuffata” causata da una stufa difettosa bastava a suscitare lo sciopero. Da finestre e finestroni penetravano squarci di cielo sui banchi dal calamaio “disoccupato” per la diffusione della stilografica e della penna-biro. La luminosità talvolta opaca e lo sguardo dei professori dissuadevano dallo sbirciare verso le ragazze, difese da un grembiule che copriva gonne e minigonne. Luogo di incontro tra studenti di varia estrazione si identificava nella vicina cartoleria alla base della dimora dei Maestri Comacini. Quanti fogli di protocollo smistati per le prove scritte! Occasioni di convergenza comunitaria vanno riscontrate con la messa celebrata all’inizio dell’anno scolastico, seguita il 30 ottobre dalla festa degli alberi che già predisponeva ad una consapevolezza ecologica.

Il carnevale favoriva feste danzanti, occasione anche di approcci sentimentali e dichiarazioni amorose. Nei primi giorni di scuola, al termine delle lezioni, suscitavano un richiamo i “baracconi”: così veniva definito il Luna Park. Il cameratismo favoriva l’allestimento e la presentazione di spettacoli presso il teatro del Convitto Nazionale, attori abili gli stessi studenti. Le attese “gite scolastiche” a volte oltrepassavano il territorio nazionale e si spingevano in paesi significativi per storia, arte, ambiente, evasione rivolta all’apprendimento ma non aliena da svago.
Quante figure tornano alla memoria e quanti volti! Al punto che si è resa indiscreta ogni citazione. E rieccheggiano sogni, progetti, affetti, illusioni, delusioni, entusiasmi…

Nelle viscere di una società liquida (anche negli anni considerati) si sviluppavano i germi di un rivolgimento che si è tragicamente imposto nella realtà mondiale per colpa di un virus assassino. Si tornerà ad una civiltà tradizionale convinta e orientata a necessari cambiamenti? Oppure si affermerà una mutazione radicale, uno sconvolgimento esistenziale? Dal male può nascere almeno un barlume di bene? Studenti ormai adulti o anziani degli anni trascorsi, non eravamo noi, del tutto preparati a tali riflessioni.

Un tratto peculiare della vita si è svolto in via S.Francesco, che ha perduto la sua identità, anche se vi permangono segni di prestigio culturale: una via oggi vissuta da una minoranza di residenti e frequentata da pellegrini e turisti orientati verso le spoglie del santo.

ARTICOLO PUBBLICATO SU TERRENOSTRE – NUMERO DI NOVEMBRE 2020

Lascia un commento