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2 Giugno 2020
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Bastia Umbra Cultura

Ospedalicchio e la sua gente

Circa nell’anno Mille esisteva in questo sito un piccolo gruppo di casupole che facevano un servizio minimo per i viandanti che transitavano da Perugia verso Assisi e Foligno. Sorgeva anche una chiesetta intitolata a San Leonardo. Ospedalicchio, come La Bastia, era spesso coinvolta nelle ostilità tra Perugia e Assisi, che durarono fino alla fine del 1400 quando prese il potere lo Stato Pontificio

Nella descrizione di cosa era stato l’Aeroporto di Sant’Egidio, detto anche “de l’Ospedalicchio”, si accennò a come Giancarlo Rinaldi, ormai Storico di questo paese, fosse stato sollecitato da Gianluca Carrozza a mettere sulla carta le sue conoscenze, tutti i suoi ricordi, gli eventi e i personaggi. Ne è scaturito un racconto molto interessante, anche per chi non è proprio del posto e per questo piace diffondere, con il permesso dell’autore, le notizie riportate nel prezioso testo intitolato Come eravamo.

Circa nell’anno Mille esisteva in questo sito un piccolo gruppo di casupole che facevano un servizio minimo per i viandanti che transitavano da Perugia verso Assisi e Foligno e sorgeva anche una chiesetta intitolata a San Leonardo. Da un documento datato 1309 risulta una decisione dei Priori di Perugia di costruire un castello.

1928 – Gioco delle bocce in piazza con il parroco Don Fulvio Scialba.

Anche Ospedalicchio, come La Bastia, era spesso coinvolta nelle battaglie scaturite dalle perpetue ostilità tra Perugia e Assisi, che durarono fino alla fine del 1400 quando prese il potere lo Stato Pontificio. Intanto lentamente aumentavano gli abitanti del luogo (circa 200) e le abitazioni, che nel 1686 vennero rilevate da un primo catasto, con le singole proprietà dei terreni circostanti e i loro confini. Bisogna, però, giungere alla fine del settecento/primi dell’ottocento per definire il borgo come un paese e cogliere le caratteristiche degli abitanti. Il luogo si identificava per l’attività di ristoro e mescita del vino, sia per gli occasionali clienti che per i braccianti alla fine di una dura giornata lavorativa.

Un evento sempre ricordato dai fedeli del paese viene riferito ai due terribili eventi sismici del 13 gennaio 1832 e del 12 febbraio 1854 dai quali, sebbene le abitazioni subirono danni, gli abitanti radunati in piazza e nelle campagne e rimasti all’addiaccio invernale in preghiera davanti all’immagine della Vergine Maria, non ebbero a patire lutti. Da allora, su iniziativa del Parroco Don Franco Picconi venne costituita la Pia Unione della Madonna della Pietà, con impegno di celebrare la ricorrenza l’ultima domenica di agosto di ogni anno, cosa che ancora avviene ai giorni nostri.

Nel racconto, Giancarlo descrive le svariate attività che si svolgevano a favore degli abitanti di Ospedalicchio, come rivendite di generi alimentari, botteghe di falegnami, fabbri, calzolai, che ce n’erano diversi in quanto le scarpe dovevano durare per anni, fino a inchiodare le suole sotto gli zoccoli. Agli inizi del 900 c’era la macelleria di Adolfo Caproni, detto comunemente “Bistecca”, che vendeva il castrato, l’agnello, il maiale, il pollame e qualche piccione, naturalmente tutto da smerciare in breve tempo, non essendovi la comodità dei frigoriferi. Una dinamica donna del paese, Carmela Sensi, con l’allora giovane figlio Virgilio, aprì un negozio di generi alimentari che durò quasi sino alla fine del ‘900 e vendevano il baccalà che veniva dalla Norvegia, il parmigiano, la pasta degli stabilimenti di Napoli e poi della Spigadoro, conserva, riso, tonno, alici e naturalmente pane.

1947 – Giulio Caldarelli

Nei primi tempi usava ancora la moneta di scambio costituita spesso dalle uova, con le quali si comperava zucchero e altri viveri: Vado a compra’ due ova de zucchero, dicevano le donne dell’epoca che andavano alla bottega della Carmela. C’era poi la rivendita di sali e tabacchi dei Rinaldi, passata poi ai Baldicchi, che vendevano in particolare i sigari toscani. Un aneddoto ricorda l’incontro del tabaccaio Francesco Baldicchi, detto Checco de l’Oste, con l’Arcivescovo di Perugia Gioacchino Pecci, il quale gli domandò cosa stesse facendo e lui gli rispose Acapo i fagiole!

Diversi anni dopo il Parroco don Fulvio Scialba organizzò un pellegrinaggio a Roma per l’udienza di Papa Leone XIII, che era proprio quel Gioacchino Pecci di Perugia. Questi passando tra la folla riconobbe Checco e gli disse “Tu sei l’uomo che sceglieva i fagioli nella piazza di Ospedalicchio!”. E lui rispose: “Si Santità”. Ma la piazza era ricca di presenze attive, di persone di ogni mestiere: c’era Leone Menconero, antenato di Leonello, un possidente, che con la moglie raccoglieva polli, tacchini e tante uova, che sistemava in grandi ceste per poterli trasferire ai vari mercati. Poi, per quanto riguarda i piccioni, che alla vendita dovevano figurare belli grassi, indovinate quale furbizia adottavano: per alcuni giorni li nutrivano introducendo nel becco un imbuto da dove facevano ingerire granaglie con acqua.

1943 – Il Ten. C.C. Anselmo Rinaldi.

C’erano poi i Fulvie di una delle famiglie Ricci Tortoioli, che avevano cavallo e carretto, vendevano all’ingrosso generi alimentari e beccalà. Poi i Cenci, di un altro ceppo di Ricci Tortoioli, che facevano i vetturali, cioè trasportavano per conto terzi. Si narra che due di essi, Francesco e Angelo, nel 1896 perirono per un’improvvisa piena del Tevere nella zona di Umbertide. Altra famiglia che riforniva di uova e pollame il mercato romano, era l’azienda di Sante Ricci Tortoioli col figlio Erigo, detto il sor’Erigo che aveva anche un aiutante detto Giovanne del lepre. Anche questi erano abbastanza scaltri per quanto riguardava i piccioni, che al rientro a casa venivano “intozzati” con l’imbuto da donne appositamente chiamate a mezza giornata. Appena il sor’Erigo giungeva con il treno a Roma, il prelibato pollame della campagna ospedalicchiese veniva venduto in un baleno, grazie a clienti ristoratori e a famiglie agiate romane. A seguitare il caseggiato dei Ricci, sull’angolo ci abitava Stefano Castellini, detto Baffone che lavorava con la sua trebbiatrice.

C’erano poi in paese ben quattro calzolai e Salvatore Sensi aveva la bottega accanto a Baffone; anche lui con il soprannome: lo chiamavano Nugolo ed era il più quotato, in quanto le scarpe le faceva di sana pianta. Dopo una casa della famiglia Migni, c’erano i Malizia, i fratelli Agostino e Marzio, detto Marzone, agricoltori ma anche calzolai. In un gruppo di casette nell’angolo est della piazza ci abitavano i Felici. Agostino Felici aveva come discendenti Silvio, detto Picchietto e Guglielmo, detto Chiodo, che facevano i vetturali e i legnaioli, giungendo col cavallo o col mulo a fare le consegne fino anche a Perugia, ma senza fretta. Loro iniziavano dal taglio dei boschi in primavera, fino a vendere la legna tagliata a pezzi per il camino o la stufa.

I Marioni abitavano accanto ai Felici e il capo famiglia Giuseppe faceva il falegname, succeduto dal figlio Gigetto detto il Soccaro perché, oltre manici per falci e roncole, preparava zoccoli dove i calzolai potevano applicare le tomaie. Anche sua moglie aveva un soprannome, la chiamavano Dinda ed era lei che faceva sempre girare il tornio a pedale. Fino agli anni cinquanta in quella piazza, intitolata a Bruno Buozzi dal 1946, c’era anche la scuola elementare in locali del Comune, che naturalmente erano adattati a tale uso; infatti sarà il Sindaco Giontella a far edificare un moderno edificio scolastico negli anni cinquanta.

1962 – I fruttivendoli Enzo Cruciani e Pino Molini.

Dal testo Come eravamo si legge che erano pochi i ragazzini che frequentavano, in quanto i genitori si accontentavano che imparassero a leggere e a scrivere perché, anche se piccoli, li mandavano a lavorare per guadagnare qualcosa. Arrivando sul lato est della piazza non si trovava ancora la Chiesa, ma una piccola Cappella posizionata dove ora c’è la sacrestia; San Cristoforo venne eretta verso la fine dell’ottocento con il Parroco Don Emiliano Bernini. Fuori delle mura c’erano i Tosti con il capofamiglia Enrico, detto Rigo de la Rosa, che pure lui era calzolaio. A fianco si trovavano i Rossi, con in testa Pietro e poi il figlio Emiliano, detto Millino, proprietari terrieri e raccoglitori di pelli di coniglio, il cui pelo serviva per fare il feltro dei cappelli tipo Borsalino e dalle pelli intere si ricavavano stole per i cappotti. Ma raccoglievano anche stracci e tasso dalle botti per venderlo alle distillerie: quindi tanta fantasia e altrettanta attività.

Ora, se io continuassi a descrivere persone, soprannomi, botteghe, attività, toglierei spazio a immagini preziose forniteci dalla Biblioteca di Ospedalicchio, che il Direttore vorrà pubblicare e che i lettori del paese saranno certamente curiosi di conoscere. Forse in futuro, se ci sarà la possibilità, si potrà seguitare con altre notizie paesane.

NOTA DI REDAZIONE: Foto fornite dalla Biblioteca Fra Giacomo Paris di Ospedalicchio.

ARTICOLO PUBBLICATO SU TERRENOSTRE – NUMERO DI FEBBRAIO 2020

1915 – Gli studenti di Don Fulvio Scialba.

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