Editoriale del 24/04/2026
L’OSSESSIONE DI ESISTERE SOLO SE SI APPARE
Oggi esistiamo davvero solo se qualcuno ci guarda. O meglio, se qualcuno mette un like. L’immagine è sempre stata importante nei rapporti umani, ma ciò che accade oggi è diverso: non si tratta più di presentarsi, bensì di costruire una versione di sé pensata per essere consumata. I social media rendono tutto semplice e immediato: basta un filtro, una posa, qualche parola calibrata per creare una maschera perfetta. Il rischio è che, a forza di indossarla, diventi più reale di chi la porta.
Viviamo immersi in un flusso continuo di vite perfette: corpi impeccabili, sorrisi costanti, successi ostentati. Un teatro permanente in cui tutti sembrano felici e realizzati. Ma è davvero così o stiamo assistendo a una gigantesca finzione collettiva? Anche nel nostro quotidiano, tra spot di politici e spot commerciali, vediamo narrazioni costruite e opposte: chi descrive tutto come perfetto, chi come un disastro. La verità, probabilmente, sta nel mezzo. Ma sui social il mezzo non funziona: funziona ciò che colpisce e divide.
Così si recita. L’apparire diventa una necessità, quasi un bisogno fisico. Non si condivide più per comunicare, ma per esistere agli occhi degli altri. Ogni contenuto diventa una richiesta implicita: guardami, dimmi che valgo. Più aumentano i like, più cresce l’illusione di contare. Ma è un equilibrio fragile: basta il silenzio e tutto vacilla. E allora la domanda inevitabile: chi siamo quando nessuno ci guarda? O ci guarda con maggiore attenzione?
Perché, prima o poi, lo schermo si spegne. I filtri scompaiono e resta la realtà, senza pubblico né conferme. Ed è lì che emerge la verità: condividere un sorriso non significa essere felici, mostrare un amore non lo rende più profondo, fotografare un momento non lo rende più autentico, descrivere un luogo non lo rende più attraente.
Forse il vero atto rivoluzionario oggi è non condividere: fermarsi davanti a un tramonto senza scattare una foto, vivere un momento senza trasformarlo in contenuto, smettere di cercare approvazione per iniziare a riconoscersi.
Perché la verità è semplice: non siamo ciò che mostriamo, ma ciò che resta quando smettiamo di mostrarci. È proprio lì che inizia la libertà.
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di Francesco Brufani – Direttore
(© Riproduzione riservata)

1 commento
Gent.mo Direttore, sostengo con dolore e tristezza quest’analisi della società attuale. Abbiamo perso il contatto con il passato e la cultura antica ottenendo come conseguanza una diffusa ACRASIA. Che significa? E’ una parola che deriva dal greco, certo occorre fare lo sforzo di aprire un vocabolario e non un’app per capire e meditare in merito alla sua disarmante attualità. Proprio grazie all’ACRASIA parole come DOOMSCROLLING o ANSIA DIGITALE permeano il nostro vivere. Auspico che il suo articolo possa risvegliare o muovere menti e coscienze verso il divenire e non l’apparire. Certo il mio potrebbe apparire un mero esercizio filosofico o una lectio magistralis di uno “spocchione” che guarda gli altri dall’alto in basso. In realtà soffro nell’udire, come solo 5 minuti or sono, un gruppo di ragazzini/e che camminavano vocalizzando “porci” rivolti a Dio e alla Madonna. Senza prendermela con loro (poverini!), mi interrogo: in che contesto vivono? Come ci si esprime a casa loro? Noi abbiamo la colpa di non saper più fornire punti di riferimento e limiti tra corretto e sbagliato. Senza entrare in sterili dibattiti filosofici in merito alla frase che sto per citare credo che “siamo come nani sulle spalle dei giganti, così che possiamo vedere un maggior numero di cose e più lontano di loro” (aforisma attribuito a Bernardo di Chartres). Assumiamoci umilmente le nostre responsabilità per aiutare a CRESCERE.